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INTORNO AL FUOCO

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  • edmondo annoni

Riflessione sul mare, sulla vita, sul virus e sui vaccini

Stamattina, presto, ero davanti al mare. Il cielo era terso di fronte a me con i nuvoloni scuri alle spalle. È scesa qualche goccia di pioggia con il sole. Gli Hawaiiani lo chiamano “Sole liquido”, quel momento magico e surreale, in cui da bambino era spontaneo dire “guarda mamma! Piove con il sole!”.


Il mare ribolliva, le onde battevano sulla battigia, schiumando avanti e indietro come un grande organismo che respira. Quante volte ci siamo persi guardando l’orizzonte infinito del mare, là dove i nostri sogni più reconditi dimorano o dove le nostalgie si fanno spazio e reclamano voce? Quanto ci può insegnare il mare, sul senso dell’esistenza? Da dove arriva, dove va? Sui flussi e riflussi della vita, sullo stare sulla cresta dell’onda o nei suoi abissi. Cosa insegna sull’accarezzare la superficie, sentirla solida e poi affondarci la mano, il tuo corpo dentro il suo, lasciare che diventi un tutt’uno. Cosa ci insegna il suono che percepiamo quando la testa è immersa? I suoni ovattati, la pace che ricerchiamo e a volte troviamo, mentre guardiamo le nuvole e il cielo nel silenzio del vuoto cosmico, immersi a metà, facendo il morto?


Il mare è una grande metafora che suggerisce unità. Cosa sarebbe una goccia del mare se decidesse di andarsene e volare nel cielo? Sarebbe pazza a credere di non far più parte del mare! Ci tornerà e ne farà sempre parte.


Eppure il mare è solo acqua e sale, chimicamente idrogeno, ossigeno, cloruro di sodio e qualche altro composto. A vederlo così il mare ci insegna ben poco, possiamo studiarlo sempre più nei suoi composti, stupirci di quanto è affascinante la natura meccanica delle cose, studiarne i legami elettrici, la fisica dei liquidi in movimento.


Se siamo un pochino più illuminati, magari studiamo anche la flora e la fauna, le loro relazioni, in schemi e diagrammi. Eppure, per quanti sforzi facciamo non ne assaggeremo mai l’Essenza, vedendolo nel suo sistema meccanico, concreto, scientifico.


Il mare lo devi vivere con la mente sgombra, senza interrogarti, tuffandoti, guardandolo all’alba, durante la calura estiva, al tramonto, in un bagno di mezzanotte. Solo così verrai travolto dalla sua Potenza, dalla sua Essenza, dalla sua esistenza perfetta e meravigliosa.


Poi, nei tuoi studi scientifici, nel tuo laboratorio, potrai ricercare sulla natura materiale solo dopo averne compreso con il corpo, con le emozioni, la natura divina.


Ed è così non soltanto con il mare ma con tutto. Guarda le foglie, la vita che vi scorre dentro, il movimento al vento, la bellezza, l’armonia. Guarda la profondità, la vita che scorre in quella foglia! I milioni di anni di evoluzione, che sono poi anche i tuoi da essere umano! Oppure, guarda i secoli di lavorazione del tuo porticato, le intemperie che ne hanno forgiato la roccia, i fiumi che ci sono passati sopra, chi ha estratto la roccia dalla cava, l’artigiano che l’ha lavorata, il suo sudore, l’amore dei figli, la macchina che l’ha rifinito, chi ha costruito la macchina, l’ha oliata. Pensa perfino ai minerali che mangi e bevi e di cui non sei consapevole!


Così come suonava la canzoncina per i bimbi “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l'albero, per fare l'albero ci vuole il seme…” E poi quel tavolo dove finirà? Se, nella peggiore delle ipotesi verrà semplicemente bruciato in un inceneritore, sarà ovunque nel mondo, lo respireremo, farà letteralmente parte di noi e delle nostre cellule, ricadrà sulla terra e nel mare.


Per vedere l’Essenza della realtà devi guardarla con uno sguardo ampio, più ampio di quanto tu possa avere consapevolezza cosciente, e non puoi farlo con l’intelletto, con le nozioni imparate a scuola perché saranno sempre riduttive.

Le nozioni, i nomi e le etichette sono riduttive perché riducono l’infinito a qualcosa di finito. Non c’è nulla che tu possa fare per comprendere l’infinito se non entrare in risonanza con esso con tutto il tuo esistere, con il corpo, con l’emozione, con anche l’intelletto, certo...ma con tutto il tuo esistere, non solo come una parte di esso! Perché è il tuo esistere che è infinito perché ha le radici nelle profondità della terra, del cosmo e oltre il tempo! Il tuo corpo muore, ma tutto il resto? L’energia da cui sei generato, da cui tornerai? La nuvola diventa pioggia che torna nuvola, la foglia concime che torna foglia! L'infinito è dentro di te. Conoscere “l’informazione”, il “concetto”, la “nozione” è solo una parte piccolissima di questo gioco.

È solo una parte che ti da l’illusione del controllo. Se conosco cosa è il mare, un albero, una foglia, il porticato di casa, il tavolo, il DNA, un virus, solo attraverso la nozione scientifica e accademica ho l’illusione di sapere tutto perché è gestibile dal mio cervello umano. Numeri con alcune virgole, etichette e definizioni: materiale gestibile che può essere interessante ma è pur sempre un “finito” rispetto a un “infinito”. Indubbiamente una conoscenza funzionale all’esistenza in questo mondo ma utile per sopravvivere e poco altro.

Creiamo un limite per non rapportarci all’Esistenza. Una gabbia per semplificare la realtà. E alla lunga per inaridirla. Se il mare fosse solo una somma dei suoi composti separati, se fosse costituito solo da ciò che è “misurabile”, da ciò che è controllabile e gestibile con l’intelletto...non sarebbe nulla. Non ci insegnerebbe nulla.




Cosa è la Vita? Da dove arriva? Le nozioni che abbiamo scarseggiano, alla lunga: dobbiamo credere ciecamente che arriva da un ambiente ancestrale chiamato brodo primordiale. Non ne abbiamo davvero idea, ma secondo la scienza nasce da una combinazione iniziale di acqua, ammoniaca, metano e idrogeno. Tutto qui. Perfetto! Studiabile e misurabile in un numero ampissimo di variabili. Si può sperimentare perfino in casa, recuperando un paio di bombole e pisciandoci sopra.

Chiudi gli occhi e ricordati che esisti. Pensa all’ultimo orgasmo che hai avuto, alla tempesta di emozioni vissuta. All’ultima volta che hai guardato negli occhi una persona fino alle lacrime. A quando ti sei sentito triste senza ragione, hai scacciato le emozioni in una corsa liberatoria, prendendo a pugni il cuscino, chiudendoti in bagno. Pensa a quando hai urlato di gioia l’ultima volta, abbracciando i tuoi amici, tua madre e tuo padre! L’origine della vita è in un brodo di acqua, ammoniaca, metano e idrogeno. Non ti viene da ridere? Sarà vero ma è solo una parte piccolissima della questione. Non puoi spiegare cosa è la vita dentro di te, o chi e cosa sei! Figurati spiegare l’origine della vita! (Che poi è la stessa domanda). È sicuramente vero che le emozioni sono dei segnali chimici, ma non è solo questo, è solo una piccolissima parte della questione. Hai imparato a contare fino a 10 e pensi di aver imparato a gestire la vastità del reale. Anche se sapessi contare fino a 1000 senza addormentarti non avresti idea di cosa significa! E allo stesso modo: cosa è la morte? Cosa è la malattia? Cosa è l’amore?


Se riduciamo tutto non impariamo nulla dalla nostra esistenza. Siamo al mondo per comprendere ogni giorno cosa significa rapportarci all’infinito, diventarne parte, sentirlo dentro di noi.


La meccanicità della nostra vita è il mezzo che abbiamo per interrogarci su essa, ma dobbiamo andare oltre il meccanismo. Se instupidiamo il nostro compito su questa terra perdiamo lo scopo principale.


Se ti ammali puoi solo rapportarti con i saliscendi della tua anima, interrogarti di nuovo, su chi sei, che senso ha la tua vita, cosa stai imparando dalla malattia. Cosa ti dice il tuo corpo nella malattia? Perché ogni tua microscopica scelta nei tuoi 30-70-100 anni di vita ti ha portato a questa realtà? Quanto del tuo agire è inconscio, quanti segnali hai ignorato prima della malattia? Perché stai vivendo male la malattia come hai vissuto male la salute? Quante volte ti sei lamentato di quello che avevi? Quanto attaccamento hai sperimentato prima della perdita?


Ringrazia la malattia e ringrazia la salute allora, sei qui ora, questa è l’unica realtà possibile perché è quella che stai vivendo.


Se il tuo scopo è sopravvivere allora non guardare all’infinito e rimani a vivere quello che vivi senza interrogarti oltre, in un mondo limitato e confinato con le tue credenze limitate e confinate, senza interrogarti sul tuo scopo, sulla tua missione.


Hai idea di quanti miliardi di anni di evoluzione ha vissuto il nuovo virus per arrivare fino ad oggi? Anche se imperterrito vuoi definirlo solo un composto biologico non senziente, hai idea delle combinazioni del possibile per far sì che questo accadesse? Nasce da una improvvisazione jazz di miliardi di anni. Ridurlo a un filamento di RNA e una manciata di proteine lo rende così semplice, così finito, così controllabile dalla mente. È l’illusione che costruisci per continuare a vivere nel tuo mondo finito. Quanti virus ci sono nel mondo da sempre? Quante proteine ci sono sotto al cellophan dell’affettato che prendi al supermercato? Eppure smuove intere popolazioni, i governi mondiali, gli scienziati di tutto il mondo. Sia l’affettato che il virus.


Abbracciarsi, baciare, amarsi, sorridere, ringhiare, avere un volto, nasconderlo dietro le mani, toccarsi, ballare fino all’alba, sotto la luna, le stelle e i pianeti, perdendo il controllo, guardare la marea del mare sotto i riflessi del cielo e le luci della città. Correre attorno a un fuoco la notte, assaporare la libertà. Non siamo solo i numeri dei contagi e degli asintomatici.

Per esistere dobbiamo rapportarci con l’infinito. Sentire i corpi che si toccano, riconoscere l’altra persona, la propria madre, il proprio padre. Amare le emozioni dell’altro come le proprie, riconoscersi da lontano, sorridere. Litigare mostrando i denti, come gli animali, per sentirsi parte dell’energia evolutiva della lotta, dell’amore, della gioia, della rabbia. L’energia che scaturisce dai cuori che si avvicinano. Il bambino che vede il volto della mamma e lo riconosce, subito, ancora insanguinato dalla placenta, perché riconoscere un volto è l’atto più umano che facciamo.


Come cresceranno i figli che riconoscono una mascherina e non il sorriso della propria madre?

Riconoscere la morte come parte della vita, come sempre è e sarà. Vivere la morte. Onorare i propri cari, i propri avi, la saggezza di che non c’è più, perché così deve andare e non c’è nulla da fuggire. Non siamo solo i numeri dei morti e dei feriti.


Il ribollire dell’umanità è uno slancio verso il riconoscimento dell’infinito dentro noi stessi. Ridurre tutto alla sopravvivenza è la scelta di chi pensa che deve vincere il nostro piccolo mondo finito rispetto all’infinito. La vittoria di ciò che perisce rispetto all’eterno.

Smettere di ballare è rinunciare al corpo per la mente. È la rinuncia a una parte del reale per il controllo gestibile dal cervello. Smettere di abbracciarsi è credere che siamo solo teste che parlano, che l’emozione vale meno del pensiero. Mettere la mascherina, nascondere la nostra identità è rinunciare al riconoscimento reciproco, per proteggersi dall’eternità.

La prima causa di morte è nascere. Dovremmo mettere gli uteri in lockdown.


Tentare di impedire a un virus, che esiste prima di noi e che ha contribuito alla vita stessa di esistere, di diffondersi, rinunciando all’infinito che siamo come esseri umani è riduttivo e superficiale.


Vivere con il virus è un atto di responsabilità verso noi stessi per percepire l’eternità della nostra esistenza. Fuggire è un modo per condannarci a morire con il nostro corpo materiale. Eppure i provvedimenti vanno nella direzione di incatenarci a una visione della vita finita e gestibile. Tarpiamo ogni slancio di libertà con il green pass, perché è troppo immaginare di poter vivere in un mondo senza confini!

Stiamo creando un mondo dentro ai limiti del nostro pensiero intellettuale e scientifico, illudendoci di poter controllare l’infinito del reale. E lo stiamo facendo rinunciando all’infinito dentro di noi. Se pensiamo di essere solo carbonio, acqua, ossigeno e altri composti organici quando ci disgreghiamo moriremo con il nostro corpo. Se crediamo che la malattia accada solo per una serie di combinazioni misurabili di composti organici, di proteine che si compenetrano in maniera casuale, stiamo rifiutando di prenderci la responsabilità della nostra esistenza.

Stiamo rinunciando alla vita per una esistenza apparente e illusoria. Barattiamo l’esistenza stessa per la sopravvivenza.

Stiamo combattendo una battaglia illusoria contro i mulini a vento e, comunque, in questa battaglia, il vaccino non è l’unica arma possibile e nemmeno la principale.

È la soluzione partorita da chi non vuole guardare oltre il proprio limite fisico e materiale. È la soluzione dello sguardo ristretto, che cerca la sopravvivenza. Non si rapporta con l’Altro, con lo sconosciuto, con l’incommensurabile, l'infinito. È il mezzo scelto da chi non è grato all’evoluzione che ci ha portato fino a qui. Di chi non ha la visione dell’eterno, non guarda il resto della creazione, il resto del reale, non vede la perfetta bellezza. È l’arma ristretta in un mondo ristretto, costruito sulla divisione invece che sull’unità. È solo lo strumento del misurabile.

Patisce l’arroganza di chi pensa di aver capito il reale semplicemente perché l’ha inscatolato in qualcosa di gestibile e controllabile. Una soluzione nella siringa.

È sicuro perché contiene “solo” eccipienti, acqua e un pezzettino di RNA. Così hanno detto. Ma è, per l’appunto, una visione solo scientifica. È una riduzione superficiale, a dimensione del nostro cervello animale. Qualcosa che riguarda solo le implicazioni misurabili, i numeri.

Il brodo primordiale contiene “solo” acqua, metano, ammoniaca, idrogeno. Ma...c’è una vita intera dentro!

Credere di ridurre tutto a qualche elemento chimico non significa che davvero abbiamo raccolto l’infinito in una provetta. Viviamo e portiamo avanti una illusione di controllo. Finché funziona in qualche esperimento siamo a posto. Non importa nemmeno cosa accadrà tra dieci o vent’anni. Questo non è vivere nel Qui e Ora. Questo è avere lo sguardo limitato di chi vede solo la prima curva del labirinto ed è convinto di esserne uscito. Invece, godiamoci il labirinto, perché usciti da qui ce ne è solamente un altro; finché viviamo da fuggitivi non possiamo essere dove siamo.

Non c’è nulla da dire sul valore scientifico del vaccino, sul funzionamento o meno. Non è questo il discorso.

Non è una battaglia contro il virus ma è una battaglia dentro di noi, se essere grati di ciò che accade sempre o se scappare, trovando una soluzione parziale e illusoria. Ciò che soffriamo è solo la fatica di aprire gli occhi e scorgere al di là del proprio naso, del proprio tempo di vita e affacciarsi sull’abisso di chi siamo...oppure possiamo chiudere gli occhi e continuare a dormire. È un discorso su cosa significa la pandemia e cosa significa la soluzione. Se ci rapportiamo con l’infinito la pandemia è una esperienza di vita in cui immergersi ed esserne grati, perché ci apre delle porte verso uno sguardo più ampio come esseri umani, nuove strade per imparare dalla vita, per evolverci, strade di creazione e di bellezza!